Nel 1994 Giulio Einaudi mi scrisse un breve lettera in cui mi disse (cito a memoria, perché la lettera è dentro un vecchio armadio pieno di ricordi scritti di gioventù dove non sono ancora pronto a sfruculiare):

Caro Davico,
venga, venga in casa editrice.
Possiamo pagare poco, ma lavoro ce n’è.

La scrisse come risposta ad un ventisettenne appena laureato in lettere moderne con una tesi su Pavese che gli chiedeva lavoro, e che all’epoca era convinto di sapere tutto quanto c’era da sapere sulla parola scritta italiana.

Ma come avrebbe fatto l’ultimo degli aspiranti redattori a conferire con un monumento vivente? Io andai in casa editrice, mi trovai a tre metri da lui ma non ebbi il coraggio di dirgli della lettera, della sua risposta, degli studi su Pavese eccetera eccetera.

E poi sono passati trent’anni e io sono ancora qui, a cercare i refusi nei libri. In mezzo c’è la professione che non ho praticato. Ovvero, io sarei stato un bravissimo redattore / etimologo / correttore di bozze, avrei passato la vita a sguazzare tra le parole scritte in italiano (e magari anche in altre lingue); invece per i casi della vita (anche se di per sé questa è una storia avvincente) ho finito per fare l’imprenditore, anche lì – ovviamente – sognando di far chissà cosa (“Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina” – Pavese nel suo diario, il 19 gennaio 1949) ma, alla fine delle fini, senza produrre risultati così significativi.

Alla fine le cose non sono andate esattamente come pianificato trent’anni fa (ma dai!). Però non importa, non è che questo sia un vero rimpianto. Ho fatto quello che ho potuto. E poi l’etimologo è qualcosa che dilettantescamente continuo a fare, ho sempre fatto e credo che continuerò a fare fino a che la testa mi funzionerà. Sarebbe stata una bella carriera. Avrei scritto sicuramente delle bellissime pagine, importanti probabilmente, su Pavese, magari anche su altri autori; avrei scoperto fatti minuti e sepolti, collegamenti, avrei analizzato parole, storie, relazioni tra le parole, le parole sorelle, la lingua padre che è il piemontese per me e la lingua madre, che è l’italiano, e la lingua che le contiene tutte che è il latino.

Sherwood Anderson:

Sognavo di poter raccontare tutte le storie di tutta la gente d’America. Sarei arrivato a tutti, li avrei capiti, ne avrei scritto la storia.

È andata così, non c’è da rimpiangere. Perché in effetti posso trovare al primo colpo un errore in un libro. Che questa capacità oggi non sia più apprezzata, o per meglio dire non serva più a nessuno, non è rilevante per me: ho vissuto in un’epoca in cui la parola scritta era sacra (per dirla con Calvino: “Come osi paragonare un film alla parola scritta?”).

Va bene, va bene così.