Ho scoperto solo in tempi recenti un gigante della letteratura americana: John Steinbeck. È probabilmente bizzarro che fino a qualche mese fa io non avessi mai letto nulla di tale autore, o comunque non ne avessi memoria alcuna; però indagandone i motivi ho scoperto che il motore primo del mio vuoto di sapere sono le traduzioni delle sue opere. Ovvero, le (nuove) traduzioni hanno fatto tutta (o quasi) la differenza tra l’oblio e la conoscenza.

Mi spiego.

L’ho conosciuto grazie a due volumi Bompiani di pubblicazione relativamente recente: Furore (2013) e La valle dell’Eden (2014). Entrambi sono tradotti in maniera magistrale: il primo dal compianto Sergio Claudio Perroni, il secondo da Maria Baiocchi e Anna Tagliavini. Risultato: possono essere letti oggi dal lettore italiano come se fossero stati scritti il giorno prima. La forza letteraria di Steinbeck è fuori discussione, ma la traduzione precisa ed efficace fa tutta la differenza del mondo.

Sì, perché spinto dalla curiosità e dalla passione sono andato a cercare altri libri dello stesso autore. E mi sono imbattuto, tra gli altri, in Quel fantastico giovedì, in un’edizione Oscar pubblicata nel 1994 e ristampata nel 2004, ma la cui traduzione (di Giulio De Angelis) risale al 1955, ovvero l’anno dopo la pubblicazione dell’edizione originale inglese. Ed è una lingua che risente a pieno della polvere degli anni. Risultato: un libro di per sé magnifico si legge con molta difficoltà.

Faccio solo qualche veloce esempio relativo a un settore che conosco, il golf. A pagina 104 dell’edizione in mio possesso si dice (tra parentesi quadre i miei commenti):

Il circolo ha prestato giuramento di fedeltà al campo 18 [al di là della frase nebulosa, è evidente che si tratta di un campo da golf a 18 buche – si noti che il golf non viene nemmeno menzionato, per cui un lettore a digiuno di terminologia golfistica non ha nemmeno modo di rendersi conto di che cosa si sta parlando]; Withney N. 2 faceva il raccattapalle [sarebbe il caddie].

E alla pagina seguente si parla di mazze da golf (ogniqualvolta sento chiamare “mazza” un bastone da golf sento una dolorosa fitta all’orecchio e mi sovvengono immagini di uomini primitivi che imbrancano clave). (Sebbene la “mazza de golf” ci sia anche nell’ultimo Van De Sfroos – ma a lui perdonerei qualunque cosa.)

De Angelis era un traduttore di prim’ordine, ma opere del genere non sono adatte al mondo di oggi: una traduzione così non scorre più, non si fa leggere con gioia, in una parola allontana il lettore. Tangenzialmente citerò qui anche Pavese, che nel 1937 tradusse (sempre per Bompiani) Uomini e topi. Pavese è per me il mito fondante della letteratura, sta in una teca con pochissimi e sceltissimi altri autori; ma è chiaro che gli strumenti di cui disponiamo oggi noi, nani sulle spalle dei giganti, sono superiori. E in più la lingua non cammina, ma corre; e dunque i risultati sono chiari e pacifici.

Non posso esimermi dal fare un parallelismo col nostro lavoro, sebbene sia molto più prosaico. Noi traduciamo documenti di marketing, contratti, brochure, specifiche tecniche e così via. Ma la questione non cambia: l’obiettivo è sempre quello di scrivere avendo bene a mente il mondo mentale del lettore o potenziale cliente, quasi come se quel documento – quale che sia – fosse stato scritto in quel preciso momento proprio per lui.