Articolo di Gianni Davico apparso a Novembre 2001 nella newsletter italiana di ATA

«Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro» Cesare Pavese

Questo breve intervento è mirato a illustrare quello che una media agenzia(1) italiana può attendersi da un traduttore(2) con cui è entrata in contatto e, nello stesso tempo, che cosa può offrirgli. Il mio punto di vista, per quanto corroborato da dialoghi con altri appartenenti a questo fantastico/terribile mondo, è naturalmente molto parziale, soggetto aerrori e imprecisioni che sono da attribuire a me solo.

Ci sono alcuni presupposti ai fini della presente illustrazione, e il principale è che il traduttore entri in contatto con una agenzia seria. Quello che intendo per agenzia seria: un’azienda che compra e vende il servizio di traduzioni aggiungendo del valore a quel servizio, sia tramite il supporto al traduttore durante il lavoro, sia tramite la revisione prima della consegna finale, sia tramite l’assistenza post-vendita al cliente (il caso dei passacarte è quindi escluso in questa trattazione). Suppongo inoltre che tale azienda sia puntuale nei pagamenti concordati: insomma che si possa stabilire un rapporto da professionista ad azienda e viceversa, dove la catena del valore possa scorrere fluida, dove ogni passaggio – inentrambe le direzioni – abbia un senso e uno scopo, sia preciso e puntuale.

Che cosa mi aspetto io, nelle vesti di project manager, dal mio potenziale fornitore del servizio di traduzioni? Prima di tutto, vorrei entrare in contatto con veri traduttori. È un requisito che può apparire scontato; in realtà capita spesso di ricevere un curriculum da chi si spaccia per traduttore senza avere la minima idea di quello che sta dicendo. E le bugie hanno sempre le gambe corte. Eppure è incredibile la quantità di tempo che ogni agenzia deve impiegare solo per separare il grano dal loglio (e quindi il costo che deve sopportare): anche se un selezionatore esperto non impiega più di 20 secondi a scartare le proposte monche, fuori tema, generiche, eccetera, quell’abilità non si improvvisa, ma si acquisisce con l’esperienza. E io vorrei che la facilità delle comunicazioni data dall’internet(3) porti all’essenzialità dei messaggi, non alla loro inutile proliferazione. Utopia? Forse.

Al giorno d’oggi, con tutti gli strumenti di cui si dispone (l’internet in primis), non ci sono più scuse: essendo così facile scoprire tutto dei potenziali clienti, mi aspetto che quando ricevo una proposta, essa sia mirata e diretta al punto. Al traduttore direi: conosci il tuo cliente, cerca di capirne i sogni, i bisogni e le paure; e tutto questo prima di entrare in contatto con lui. Molto meglio mandare 20 e-mail mirati e personalizzati che 500 a una lista comprata(4). Alla fine, io credo, il marketing è molto più una questione di buon senso che di tecniche raffinate: certo, un professionista deve conoscere il suo ambiente, gli strumenti a disposizione, eccetera, ma deve soprattutto usare la zucca.

Trovo interessante in proposito l’articolo di Marisa Manzin apparso sul numero di settembre 2000 di questa stessa newsletter(5), intervento che è prodigo di consigli in tema di marketing per i traduttori. Ed è un fatto che, senza marketing, anche il più bravo dei traduttori perde molte delle frecce al suo arco.

In ogni caso, vorrei che chi mi contatta mi facilitasse la vita: ovvero che i dati che mi manda siano di facile consultazione, e verificabili all’occorrenza. Che non mi alleghi diplomi e foto non richiesti. Che non si dilunghi sui pollici del suo monitor e sulle sue letture; che mi parli invece di quello che sa fare in quanto traduttore. Vorrei che il traduttore parlasse la mia lingua, ovvero che per un attimo si mettesse dal mio punto di vista per mandarmi una proposta che sia:

  • concreta, ovvero specifica e mirata,
  • utile riguardo al mio lavoro;
  • completa, ovvero che midica tuttoquello che mi serveper valutarla;
  • concisa, ovvero che midica soloquello che mi serveper valutarla.

Vorrei (ma è una mia preferenza) che mi indicasse anche il costo dei suoi servizi, perché qualunque offerta di collaborazione è completa solo quando contiene anche il prezzo. Non si tratta di cercare lavoro, ma di offrire un servizio: quindi mi aspetto che chi lo offre completi la sua proposta con un prezzo, o perlomeno un’indicazione di prezzo. E che quel prezzo non rifletta solo il mercato in cui si propone, ma anche il livello di qualità offerto(6).

Per un’indicazione di massima sui prezzi si può consultare il Tariffometro di Simon Turner(7), il quale fotografa da tempo la realtà del nostro mercato in base all’esperienza cumulata di un gran numero di traduttori.

Trovo inoltre molto illuminante quanto scritto da Howard Shultz, CEO di Starbucks, il quale sostiene che se i prezzi di acquisto sono troppo bassi, i compratori di qualità sono preoccupati (8). Io, come compratore di traduzioni, sono naturalmente preoccupato di non strapagare il servizio, ma sono altrettanto preoccupato di non pagarlo troppo poco, perché una tendenza del genere non può che essere a nocumento di tutta la categoria. Oltretutto, in un settore non regolamentato come il nostro, l’offerta da due centesimi più bassa è e sarà sempre in agguato, e l’unico modo che conosco per combatterla è quello di aumentare il livello generale di qualità offerto.

Infatti, il discorso sui prezzi non può essere disgiunto da quello della qualità. Accade troppo spesso che un traduttore pretenda un determinato compenso senza rendersi conto delle manchevolezze del suo lavoro: ma se il servizio offerto non risponde a degli standard elementari di qualità, qualunque prezzo pagato sarà comunque troppo elevato, perché comporterà notevoli perdite di tempo quanto a revisione e, nel peggiore dei casi, la perdita del cliente infastidito da un servizio troppo al di sotto delle sue aspettative. Ecco, questo è secondo me un punto sul quale i traduttori dovrebbero riflettere: il servizio che offro è assolutamente eccellente? Io credo che l’unica direzione verso la quale valga la pena andare, lavorativamente parlando, sia quella dell’eccellenza senza scuse nel proprio lavoro: è giusto ottenere il massimo dai propri sforzi, ma è altrettanto giusto non lesinare nell’impegno, nell’aggiornamento professionale, nella cura prestata, eccetera. Ha scritto in proposito Enrique López-Ebri: “Il fascino della nostra professione risiede nell’infinita varietà delle richieste che ci vengono presentate. Soddisfarle interamente e perfettamente non sarà possibile; ma il tentativo di avvicinarsi ogni giorno di un passo a questa perfezione rappresenta una sfida che ognuno di noi, nella nostra interessante attività, dovrebbe porsi con energia, creatività e competenza”(9).

Ho notato con piacere che negli ultimi anni il livello di professionalità medio è aumentato, nel senso che dopo una prima selezione rimangono comunque molti professionisti che dimostrano di conoscere sia il mercato in generale che il loro cliente nello specifico. Non solo: si tratta di traduttori qualificati, con notevole esperienza e studi alle spalle, persone con le quali è possibile instaurare un rapporto valido nel tempo e di mutua soddisfazione. E questo è un vantaggio per tutti:

  • per il traduttore, che riesce a spuntare prezzi più alti a parità di qualità;
  • per l’agenzia, che può prosperare grazie alla professionalità del servizio complessivamente offerto;
  • per il cliente, che non dovrà perdere tempo e arrabbiarsi per un cattivo servizio;
  • per il cliente del cliente, che riceverà un prodotto completo.

Non dimentichiamo, infatti,che il nostro servizio è solo una piccolissima parte nella catena complessiva del valore di una azienda; tuttavia il nostro compito è di far risplendere e brillare questo nostro piccolo anello.

E l’aumentata professionalità è un bene per la traduzione come industria e per i singoli traduttori, perché sul lungo termine contribuirà a eliminare le frange meno preparate del nostro mestiere – una piaga in tutti i settori.

Note

(1) Anche se preferisco di granlunga che la mia attività venga denominata “studio” e non “agenzia” di traduzioni, perché ciò mi sembra più rispettoso del nostro lavoro e soprattutto più aderente alla realtà, ovvero al valore aggiunto al servizio offerto, userò in questo intervento sempre la seconda espressione, poiché si tratta di un termine universalmente noto tra i traduttori.

(2) L’uso del maschile non è qui una distinzione di genere, ma una scelta per semplice comodità.

(3) Sull’uso dell’espressione “l’internet” anziché la comunemente accettata “Internet” si veda l’ottima ed esauriente spiegazione di Gianfranco Livraghi in L’umanità dell’internet, Milano, Hops, 2001, pp. 25-26 (il testo è anche online su http://gandalf.it/uman/05.htm)..

(4) Un ottimo testo sull’uso della posta elettronica è quello di Gianni Lombardi, Posta tosta. E-mail efficaci in azienda, nella vita privata, nel marketing, Milano, Hops, 2001.

(5) Con professionalità verso il successo (www.americantranslators.org/divi-sions/ILD/Tradurre_September_2000.pdf).

(6) Illustrerò poco più avanti quelche penso del rapporto qualità-prezzo.

(7) Lo si veda in www.turner.it/Tariffometro.htm.

(8) Pour Your Heart Into It, NewYork, Hyperion, 1997, p. 234.

(9) I requisiti sempre più elevati del mercato: siamo in grado di soddisfare i nostri clienti?, in: L’industria della traduzione oggi: documentazione multilingue, tecnologia, mercato, Atti del convegno Federcentri, Bologna, 26-28 ottobre 2001, p. 86

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